I Salesiani di Monte Oliveto - pineroloblues

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I Salesiani di Monte Oliveto non ci sono più.

Vi andavo già da bambina, con la mamma, a fine agosto, per acquistare il miele di Giulio. Quando ero più gande, in quest’occasione parlavo con i novizi, molti dei quali erano stranieri. Mi piaceva ascoltare le loro storie, sentire l’afflato che li animava, la serenità con cui si preparavano ad una vita di missione in Africa o in Sud America. Quanto lontani dalla maggior parte dei giovani d’oggi!
La persona che ammiravo di più, tuttavia, era Giulio, ‘tuttofare’ ed apicultore per passione. Anche lui avrebbe desiderato andare a svolgere il suo compito in un paese straniero, più volte gli era stato promesso, ma poi è sempre rimasto qui, dove era considerato più utile.
E, se è ammirevole dedicare la propria vita ad un impegno così pesante come quello di essere missionari, sacrificare la propria vita e rinunciare alla propria aspirazione perché così ti viene chiesto di fare, è molto più difficile. Ha dato tutto se stesso fino a tarda età, quando le ginocchia ormai lo tradivano ed ha dovuto essere operato. Sono andata a trovarlo diverse volte a casa Beltrami, sulla collina torinese, dove era ospitato negli ultimi anni. Rievocavamo gli anni di Monte Oliveto e lui mi raccontava aneddoti dei Salesiani che aveva conosciuto o di cui aveva sentito parlare.
Fra di essi c'era Francesco Dalmazzo, il "panettiere di Don Bosco". Questa è la sua storia.

Un ragazzo e 400 pagnotte



Francesco Dalmazzo era un ragazzino di famiglia benestante. A 15 anni, da Cavour, l’avevano mandato a frequentare le scuole di Pinerolo. I voti erano ottimi. Nella scuola lesse alcuni fascicoli delle Letture Cattoliche scritte da don Bosco, e domandò affascinato chi fosse quel prete. Gli risposero che aveva fondato in Torino un ospizio per giovanetti. Allora decise di andarci anche lui.
«Entrai come alunno nell’Oratorio il 22 ottobre 1860. Sentì parlare di don Bosco come di un santo, che «faceva cose straordinarie e miracolose. Ma se c’era una cosa non miracolosa, all’Oratorio, era il cibo. «Dopo pochi giorni, assuefatto a casa mia ad un vivere delicato, non potevo adattarmi al vitto troppo modesto. Quindi scrissi a mia madre che venisse a riprendermi, perché volevo assolutamente tornare a casa. Il mattino destinato per la partenza, desideravo confessarmi ancora una volta da don Bosco. Andai in coro ove egli confessava in mezzo ad una accolta di giovani, che lo circondavano da ogni parte. Dopo la S. Messa a ciascuno dei giovani veniva distribuita per colazione una pagnottella.  continua...


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